Quello che voglio essere
- Punda Movie

- 27 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 7 ago
“Vi è mai capitato di rimanere imprigionati dentro la vostra testa? Di pensare in continuazione?”
Con questo interrogativo quasi sussurrato, che suona come una confessione e al tempo stesso come uno specchio per lo spettatore, si apre "Quello che voglio essere", un'opera delicata e profonda diretta da Giulia Turetta. Il cortometraggio ruota attorno alla storia di Agata – interpretata dalla stessa regista – e alla sua aspirazione di diventare un'affermata scrittrice. Il suo racconto si trasforma ben presto in una lucida riflessione collettiva: un'analisi sul ritmo frenetico della società moderna, sulla ridefinizione del concetto di felicità e sull'autenticità dei legami umani nell'era dell'iper-performance.

Il legame profondo che unisce Agata, Filippo (Andrea Nalin) e Clarissa (Federica Panico) rappresenta il vero e proprio motore della narrazione. In un mondo che spinge verso l'individualismo, la regista sceglie di mostrare come la salvezza risieda spesso nella condivisione. È proprio questa sinergia affettiva, fatta di ascolto e vicinanza silenziosa, a dare alla protagonista la forza di scardinare le proprie gabbie mentali, permettendole di inseguire i suoi sogni e cercare la propria strada senza lasciarsi condizionare dal giudizio asfittico della massa o scivolare nello sconforto dell'apatia.
A chi, d'altronde, non è mai capitato di guardarsi indietro e ricordare con una punta di nostalgia i momenti passati? Quegli istanti in cui il tempo sembrava scorrere a un ritmo più umano, permettendoci di coltivare i rapporti con cura, dedizione e lentezza. Interrogarsi sulla ricerca della propria realizzazione è un sentimento che accomuna molti oggigiorno, specialmente le nuove generazioni, spesso bloccate in un limbo emotivo in cui si ha un messaggio forte da esprimere, ma manca la voce – o lo spazio sociale – per farlo.

Un grande applauso va a Giulia Turetta per la sua maturità dietro la macchina da presa: la regista decide di affrontare temi esistenziali così complessi ed enormi rifuggendo il melodramma, preferendo invece un'estetica pulita ed essenziale. Le inquadrature, mai sature, respirano insieme ai personaggi e costringono chi guarda a rallentare e a domandarsi cosa conti davvero nella vita.
Quello che voglio essere è un’opera delicata e al tempo stesso potente, capace di lasciare un segno sottopelle. Un piccolo gioiello intimo che merita di essere scoperto, metabolizzato e custodito.
recensioni a cura di Nicolò Bottura




Commenti